Note a margine di una tragedia
Il sindaco di Catanzaro, parlando della madre che si è uccisa con i figli nella notte del 22 aprile, ha usato un’espressione precisa: “malessere invisibile”.
La parola è giusta. Ma vale la pena fermarsi un momento su quell’aggettivo — invisibile — e chiedersi: invisibile a chi?
Perché ciò che gli occhi sociali non vedono non è necessariamente ciò che non c’è.
Lo sguardo che cerca le parole sbagliate
Quando ci chiediamo se qualcuno sta bene, noi — come cultura — cerchiamo di solito tre cose: parole, comportamenti plateali, assenze nette.
Qualcuno che dice “sto male”. Qualcuno che non si alza dal letto. Qualcuno che sparisce dalla vita sociale.
Anna — chiamiamola solo per nome, senza trasformarla in un caso — non rispondeva a nessuno di questi criteri. Lavorava, si occupava dei tre figli, andava a messa la domenica, partecipava alla vita parrocchiale. Il suo parroco dice che “sorrideva”.
Nessuna segnalazione ai servizi, nessun ricovero alle spalle, nessun allarme conclamato.
Per la griglia con cui la società riconosce la sofferenza, era una donna in regola.
Eppure in quello stesso corpo, in quelle stesse settimane, stava accadendo qualcosa. Qualcosa che — se fossimo educati a leggerlo — sarebbe stato tutto tranne che invisibile.
Il corpo è sempre il primo a sapere
Chi lavora con la dimensione corporea conosce bene il paradosso: il corpo è quasi sempre in anticipo sulla parola. Il respiro si fa più alto e corto prima che la mente riesca a dire “sono in ansia”. Le spalle si ritraggono prima che arrivi il pensiero “mi sento sopraffatta”. Lo sguardo si ritira dagli occhi dell’altro prima che la coscienza registri il bisogno di non essere vista.
Nel post-partum, poi, il corpo è territorio quasi sovrapposto al disagio.
Il sonno interrotto, il carico fisico continuo, la trasformazione ormonale, la perdita di confini tra sé e il neonato — tutto passa dal tessuto prima ancora che dalla narrazione.
Una donna che dopo il terzo parto si ritrova “stanca, depressa, preoccupata, in ansia” — sono parole del suo parroco — nel corpo probabilmente portava da mesi segnali precisi. Tensioni croniche al collo e alle spalle. Diaframma bloccato. Voce che si appiattisce. Perdita progressiva di contatto con la propria base — i piedi, le gambe, il peso — che è poi il primo segno di un essere in caduta libera dentro di sé.
Non sto dicendo che se qualcuno le avesse palpato le spalle si sarebbe capito tutto. Non funziona così, e chi lavora seriamente col corpo lo sa.
Sto dicendo un’altra cosa: che in una famiglia, in una comunità, in una parrocchia, in un luogo di lavoro dove nessuno è alfabetizzato alla presenza viva del corpo dell’altro, il disagio può restare “invisibile” anche quando è sotto gli occhi di tutti.
Un'alfabetizzazione che manca
Siamo stati educati a leggere testi, non corpi. Riconosciamo una persona dal suo curriculum, dalle sue opinioni, dalle sue scelte raccontabili. Il suo corpo — come respira, come occupa lo spazio, come si muove in una stanza, come tocca o non tocca chi ha vicino — è per noi un paesaggio senza lingua.
Il marito di Anna, dicono le cronache, dormiva in casa mentre lei preparava quello che ha preparato. Non è una colpa. È una cultura. In una cultura che ha sostituito la presenza con la comunicazione, si può dormire a tre metri dalla disperazione dell’altro senza accorgersene, perché non è mai stata detta con le parole giuste.
Qui tocchiamo il punto in cui un lavoro come il mio si inserisce — e voglio dirlo con molta cautela, perché è facile scivolare nell’enfasi di chi vende una pratica come soluzione universale. Non lo è. Una pratica somatica, quando viene fatta sul serio e a lungo, non risolve niente. Fa qualcosa di più modesto e più radicale: educa lo sguardo. Chi impara a sentire il proprio corpo comincia, quasi senza accorgersene, a vedere quello degli altri. Non in modo clinico, non in modo diagnostico — in modo vivo. È un orecchio che si affina, non una competenza che si certifica.
Una cultura diffusa di questo ascolto — nelle famiglie, nelle reti di prossimità, nei luoghi di cura — non sostituisce la psichiatria né la psicoterapia. Le precede e le circonda. Le rende praticabili prima, quando il crollo è ancora un’ipotesi e non un evento.
Il corpo di chi resta
Ma c’è un secondo livello di cui vorrei parlare, perché è quello che più da vicino riguarda chi fa il mio lavoro oggi, davanti a una vicenda come questa.
Dopo una tragedia di questa portata, ciò che è rimasto non è solo memoria. Il trauma — e su questo ormai c’è ampia letteratura, dalle ricerche sul sistema nervoso autonomo fino al lavoro clinico di autori come Bessel van der Kolk — non si deposita prima di tutto nella mente. Si deposita nel tessuto. Nel respiro che si spezza in due, nel sonno che non torna, nel corpo che si indurisce o si disfa, nel sistema nervoso che resta bloccato in allerta per mesi, a volte per anni.
Le persone che hanno perso qualcuno in circostanze come queste parlano spesso di un congelamento: “è come se il mio corpo non fosse più qui”. È un dato fisiologico, non metaforico. Il trauma massiccio interrompe la continuità dell’esperienza corporea, e nessuna quantità di parole, per quanto giuste, può da sola riconnetterla.
Qui un lavoro somatico non cura — nessuno può curare cose così, e diffidate di chi lo promette — ma offre qualcosa di specifico: un luogo dove ciò che è rimasto muto nel tessuto può trovare un canale. Non prima di essere pronti. Non al posto di un percorso psicoterapeutico o psichiatrico, quando serve. Accanto. Come una mano che tiene compagnia al corpo mentre la parola fa il suo lavoro altrove.
Cosa ci lascia
Non voglio chiudere con un insegnamento. Chi prova a trarre morale da una tragedia così sta facendo qualcosa di molto simile alla speculazione, anche in buona fede.
Voglio chiudere con una domanda, che è poi quella con cui faccio il mio lavoro ogni giorno: cosa succederebbe se la nostra cultura fosse un po’ più alfabetizzata al corpo? Non al corpo come macchina da riparare, o come vetrina da esporre, o come tempio da purificare — al corpo come luogo dove qualcuno vive. Il proprio, e quello di chi ci sta accanto.
Forse niente cambierebbe. Forse qualche “malessere invisibile” diventerebbe un po’ meno invisibile — almeno a chi condivide la casa, il lavoro, la vita. Forse, quando il peggio è già accaduto, chi resta troverebbe anche questo, tra le risorse a disposizione: un luogo dove il corpo può tornare ad abitarlo.
È poco. È tanto. È il terreno su cui provo a muovermi, ogni volta.
Andrea Cappannari
Bodyworker e counselor a indirizzo psicocorporeo